mercoledì 13 maggio 2026 - 21:36
Ritirarsi dallo Stretto di Hormuz significa consegnare le chiavi dell'economia e della sicurezza dell'Iran al nemico

L'Ayatollah Arafi dichiara fallito il "Progetto Libertà", delinea tre opzioni per Trump e affida ai religiosi e al popolo sei direttive: jihad della chiarificazione, diplomazia dignitosa, lotta alla crisi economica, gestione saggia dell'hijab, jihad totale e sviluppo della cultura dell'attesa del Mahdi.

Agenzia Hawzah News – In una dichiarazione strategica all’inizio della dodicesima settimana della “terza guerra imposta”, l’Ayatollah Alireza Arafi, direttore dei seminari religiosi iraniani, afferma che qualsiasi ritiro dallo Stretto di Hormuz equivale a consegnare le chiavi dell’economia e della sicurezza nazionale dell’Iran al nemico. Il controllo di Hormuz viene definito una linea rossa assoluta.

Il comunicato spiega che Stati Uniti e Israele hanno fallito militarmente e diplomaticamente. Dopo il fallimento del blocco navale e dell’operazione “Progetto Libertà” – respinta in meno di 48 ore – lo Stretto rimane sotto il pieno controllo iraniano. Chiuderlo bloccherebbe l’arteria economica dell’Occidente. Il presidente americano ha tre opzioni: accettare la sconfitta (distruttiva per la sua immagine e per l’egemonia USA), strappare concessioni in negoziati, o condurre un attacco limitato per poi rivendicare una vittoria mediatica. L’analisi sottolinea che il nemico, dopo 80 giorni di fallimenti, cercherà un “cessate il fuoco ingannevole” per spostare la guerra al tavolo negoziale.

Il documento descrive la strategia nemica come un tentativo di imporre all'Iran un "ritiro graduale" in quattro ambiti: militare, diplomatico, economico e, infine, quello delle convinzioni religiose e della volontà popolare. Contro questa strategia, cita versetti coranici che vietano la resa, la paura e una pace umiliante, evocando il concetto di "Grande Jihad" contro i nemici dell'Islam.

Le sei direttive principali per i religiosi, i media e il popolo sono le seguenti.

Prima: rafforzare speranza e unità attraverso la “jihad della chiarificazione” (jahād-e tabyīn) per contrastare la pressione psicologica esercitata dal nemico.

Seconda: perseguire una diplomazia dignitosa e intelligente, basata su forza militare e consolidamento delle conquiste, rifiutando qualsiasi negoziato che tocchi la linea rossa dello Stretto di Hormuz. Il fallimento del "Progetto Libertà" è una chiara prova della debolezza degli Stati Uniti.

Terza: affrontare la crisi economica, dovuta a tre cause – politiche capitaliste interne, sanzioni esterne, speculazione e corruzione interna. I religiosi devono diffondere la cultura della "jihad economica" (lavoro produttivo, lotta agli sprechi, consumo di prodotti locali), vigilare contro accaparratori ed esigere l'attuazione dell'Economia della Resistenza, politica ufficiale dell'anno.

Quarta: gestire la guerra culturale, in particolare la questione del velo (hijab). Pur ribadendo l'obbligo religioso, si raccomanda un approccio basato su amore, rispetto e produzione di contenuti di qualità, evitando scontri di strada che favoriscano i media nemici e creino polarizzazione.

Quinta: promuovere una jihad totale e generalizzata che coinvolga popolo, élite e governo nei settori economico, industriale, scientifico, militare e della difesa passiva.

Sesta: sviluppare la cultura dell'attesa del Mahdi, considerando la resistenza contro gli USA come preparazione al suo avvento, come insegna appunto l'Imam Sadiq in un hadith: chi si prepara per lui, anche solo con una freccia, è come se combattesse al suo fianco.

Il comunicato si chiude affermando che l'Iran, la sua nuova leadership – l'Ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei – e l'Asse della Resistenza sono pronti a ogni evenienza, trasformando la "deterrenza attiva" in una trappola per il nemico.

A cura di Mostafa Milani Amin

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